Del perchè scrivo e del Satsang

19.03.2016

Rifletto sulla sostanziale inutilità di scrivere articoli quando, ciò che scrivo, è lontano dalla capacità media delle persone di comprenderlo. Su FB, statisticamente, le frasi più popolari e usuali sono le più gettonate, il linguaggio di tutti i giorni, semplice e diretto è quello più vicino alla sensibilità dei più. Pochi invece riescono a "comprendere" contenuti più complessi. In quest'ultimo caso è come suggerire di leggere una pagina in lingua indonesiana su FB .

Quindi sono arrivato alla conclusione che se scrivo è prima di tutto per me stesso, il riflesso di quello che nasce da dentro di me e che devo osservare perchè possa diventarne consapevole. Se tra quelli che leggono la mia pagina c'è qualcuno che vibra alla mia stessa frequenza avrò indirettamente contribuito alla creazione di un altro punto di snodo della rete sinergica che collega chi percorre la via della consapevolezza.

Questa riflessione prende spunto dalla constatazione della costante evoluzione e del cambiamento che il lavoro su se stessi produce e che riduce sempre di più la necessità di tradurre quello che si sente in parole e scritti. Allo stesso modo cessa anche la necessità di applicare tecniche meditative o di altro genere A quel punto resta solo da vivere l'esperienza di vita da una posizione intrinsecamente meditativa e quindi diretta e autentica. Fino a che si "sente" il bisogno di meditare e di scrivere vuol dire che è necessario alla propria evoluzione.

Come si fa però ad essere sicuri che la scelta di rinunciare alle tecniche e alla comunicazione accade perchè questa condizione è superata?

Non si può, se ci sono tranelli ci si cade e basta come ulteriore esperienza di vita. Uno dei più subdoli è il convincimento di essere ormai "oltre", perché, quando mediti non ti senti a tuo agio e farlo non "ti dice più niente". Questo vale, per l'esperienza diretta che ne ho fatto, in particolare per le coppie di meditatori. Nate nel gruppo, dopo numerose partecipazioni, decidono di ritirarsi e vivere l'esperienza meditative direttamente nella coppia o in altre realtà meditative. Un'esigenza dettata dalla necessità di fare l'esperienza di vita di coppia: sessualità, sentimenti, la routine giornaliera, il lavoro, la casa, i viaggi, eventualmente i figli e così via. Accanto a questo c'è però la ricerca di condizioni sperimentali che non impegnino troppo dal punto di vista fisico, la scelta cade spesso su eventi dove è presente una forza catalizzatrice potente alla quale connettersi e attraverso la quale acquisire, per risonanza, uno stato di benessere estatico che appaga la dimensione spirituale individuale e di coppia. La ricerca di personaggi carismatici è quindi conseguenziale.

Dietro queste scelte c'è l'esigenza di non compromettere la condizione che si pensa di avere raggiunto: appagamento, equilibrio, serenità, soprattutto all'interno della coppia e queste immersioni totali nell'energia del maestro di turno la dovrebbe mantenere. L'intento nemmeno tanto consapevole è di evitare di mettersi nuovamente in discussione, partecipando a meditazioni di gruppo dove l'interazione energetica è molto forte, i famigerati "gruppi tantrici". Dove si "rimescolano le carte" e si "rompono gli schemi". Se queste esperienze mettono in crisi i single ancor di più ciò vale per le coppie. Può accadere che la coppia venga separata durante le sessioni, che emergano turbamenti se lei o lui fa coppia con un altro/a, capita di sperimentare sensazioni e stati di coscienza che esulano da quelli provati nella sperimentazione di coppia e tanto altro ancora.

In realtà la frequentazione di questi gruppi dovrebbe essere vissuta come una modalità per verificare proprio la tenuta della relazione di coppia, e se si è realmente nello spazio del Cuore. Ma il rischio è grande, potrebbe accadere che il rapporto ne esca ridimensionato, che non regga alla verifica, che possa essere compromesso nella sua integrità con tutte le dinamiche che ne derivano: l'abbandono, la solitudine, la perdita ecc. Dinamiche, tuttavia, che se covano sotto la cenere, divamperanno comunque in altri momenti e contesti.

L'elemento catalizzatore non puoi portartelo a casa e una volta che ti allontani da esso la "carica" induttiva si esaurisce e devi tornare a ricaricarti dopo qualche tempo. Se non provvedi a sintonizzarti di per te stesso a quella frequenza non potrai mai farne a meno e non lo potrai fare finchè sceglierai di appoggiarti al catalizzatore. I gruppi di tantra attivi e dinamici, non hanno un elemento catalizzatore, sei lì in balia della tua stessa energia e di quella degli altri per cui non puoi che rispecchiarti in quello che realmente sei in quel momento, una verifica dello tuo stato che potrebbe non piacerti.

Di fatto quando hai assaggiato un piatto dolce cerchi di evitare quello amaro. In questo modo però non cresci, non evolvi. La crescita e l'evoluzione non avvengono di riflesso a qualcuno o a qualcosa o per il tramite di qualcuno o qualcosa, ma solo e unicamente dal confronto con te stesso. Quindi ben venga l'esperienza estatica indotta, ritornare ogni tanto a verificarsi, tuttavia, ti consente di rimanere in costante contatto con te stesso e verificare il livello di evoluzione che hai raggiunto.

Ecco come Osho definisce questa condizione privilegiata di chi partecipa a un Satsang.

"E' una parola molto importante, significa <la presenza del maestro>. In India, in tutto l'Oriente, è la coda più preziosa: essere semplicemente alla presenza del maestro, senza fare nulla, solo esserci. La vicinanza fa da catalizzatore. Non fai niente, il Maestro non fa niente, nessuno fa nulla, ma le cose accadono. Basta l'incontro dell'energie e le cose accadono. Ricordati di me, più che puoi e senti la mia presenza ovunque, qualsiasi cosa tu stia facendo. Lascia che diventi l'atmosfera che ti circonda. Lasciati circondare e affondare da me. Questo è il Satsang. Il discepolo beve. Il Maestro è come il vino e il discepolo diventa sempre più ebbro. Un pò alla volta si abbandona completamente, dimentica tutto di se. E in quel dimenticare si ricorda per la prima volta chi è, perchè ciò che ha dimenticato è solo la personalità e ora emerge l'essenza, l'anima, l'essere....Il discepolo siede accanto al Maestro.....pulsa con lui, vibra con lui, ondeggia con lui, solo per danzare col suo essere. Questa non è comunicazione, è comunione. Non è mente a mente, è cuore a cuore, è anima ad anima. E' immediato. A volte ci sono parole ma sono solo mezzi. A volte ci sono silenzi, anch'essi sono mezzi. Ma ciò che è importante è qualcosa di così misterioso che le parole non possono contenerlo. Lo sguardo del maestro nei tuoi occhi, la carezza del suo essere, della sua presenza, sono sufficienti per agitare qualcosa che dorme dentro di te. Il maestro ti sveglia, il suo unico messaggio, trasmesso attraverso le parole, i silenzi, l'amore, è semplicemente ed elementare: svegliati!"

Spesso i discepoli non sono pronti e non sono in risonanza col maestro o lo sono solo in presenza di lui e non riescono a mantenere quello stato di veglia anche nella vita di tutti i giorni. La vita non è essere costantemente accanto ad un maestro, non lo è mai. E' La vita allora che ti fa da maestro e devi essere pronto ad accettare di non esserti ancora svegliato.